Eterotopie - Leonardo Zunica suona Crumb e Debussy
Concerto all’auditorium del Conservatorio di Mantova, che per la prima volta ho il piacere di visitare da spettatore, godendo appieno dell’acustica e della prospettiva, aiutata dagli affreschi alle pareti che proseguono l’arco del soffitto con queste pieghe da lenzuola stropicciate a movimentare un po’ la vista; ottima soluzione tecnica per ampliare visivamente lo spazio.
Leonardo propone Debussy, suo autore prediletto, i preludi del primo libro, che suona molto bene, anche se a volte lo trovo un po’ frettoloso (non troppo veloce, frettoloso). L’avevo già sentito suonare Images alla sala di Manto, ma l’acustica pessima non mi aveva permesso di goderne veramente il tocco. Questa volta si sente veramente tutto, il lavoro con il pedale di risonanza, le sovrapposizioni di sonorità con incisi marcati e cristallini, il piano e il forte. Confesso però di non essere un fan del francese, tantomeno dei preludi che trovo un po’ semplicistici; preferisco di gran lunga Ravel. Non essendo un amante della ricerca sulla sonorità, ma piuttosto delle strutture, neanche Crumb è esattamente il mio autore, anche se ho apprezzato molto Makrokosmos per violino amplificato. Questo per pianoforte non ha lo stesso fascino derivante dalla deformazione del suono delle strumento; i limiti fisci dell’interazione tra il pianista e lo strumento qui si fanno sentire in maniera marcata, e il tentativo di usare l’inside piano risulta un po’ goffa, awkward, ma sarà semplicemente che quasi mai mi piace l’inside piano, nella classica come nel jazz, a parte rari casi. Invece avendo amplificato il piano è più interessante l’effetto del fischio nella cassa di risonanza; ma non è il piano, è il fischio, e l’esecutore, Leonardo, che con questo pezzo si diverte e diverte. Da notare come alla fine anche i più estremi filomusicoltisti escono dal concerto elogiando l’ultimo dei pezzi di Crumb, quello che richiama e sfuma walzer e mazurche di Chopin. Un bel pezzo davvero, ma trovo singolare che alla fine anche gli orecchi più duri abbiano il massimo piacere nel ricercare nella musica colta contemporanea gli accenni a intervalli e movenze riconducibili in qualche modo all’armonia classica. Sintomo, secondo me, che non è veramente possibile salpare per le acque vastissime delle potenzialità della musica senza tenerci sempre ancorati a terra.

