storia del jazz 6 - l’improvvisazione /I
Ed eccolo qui Charlie.
Torniamo sul terreno più stabile dell’interpretazione della produzione della musica jazz, e finalmente cominciamo a parlare di quello di cui fin dal primo giorno ogni jazzista vuol sentire parlare, l’improvvisazione jazz. La lezione deve essere iniziata con una breve disamina della differenza tra variazione estemporanea e improvvisazione, dal momento che l’ho visto già scritto sulla lavagna e delucidato al momento del mio ingresso. Un esempio della prima può essere fatto nell’esposizione del tema, o nell’accompagnamento del cantante o dei soli, in cui c’è un contesto molto rigido ed una prassi pressochè univocamente determinata, e non si può sconfinare (pena le bestemmie di chi suona con te). Anche i musicisti popolari, o di musica rock, suonando musica di trasmissione "orale" utilizzano un certo quantitativo di materiale variabile. Per esempio, nel contesto dell’orchestra di New Orleans potevi fare variazion estemporanea, mentre un Louis Armstrong si prendeva più libertà. Il clarinetto nell’orchestra di NO ha forti cotrizioni registiche, non può suonare il tema o frammenti di tema, procede per gradi congiunti o arpeggi, suona in ottavi non sincopati, quindi ha uno spazio di manovra molto vincolato. Ovviamente anche l’improvvisazione ha i suoi vincoli, per cui in buona sostanza la differenza tra i due concetti è abbastanza fluida ed ammonta ad una questione quantitativa di quanto spazio di libertà uno può prendersi. Per esempio certe frasi di Armstrong possono partire come enunciazione del tema, partire per la tangente per un paio di battute e poi tornare, e un’analisi di queste cose sarebbe come dividere un capello in quattro. Ovviamente c’è anche la centralità del solista durante il solo, e l’arretramento del resto del gruppo. In definitiva, in my humble opinion, ogni prassi musicale o artistica è esattamente l’impiego e studio dei gradi di libertà espressiva definiti da limiti imposti dall’esterno, o autoimposti. La scrittura può essere uno di tali limiti. Uno svolgimento più articolato di questo pensiero potrebbe venire a mettere in discussione in definitiva tutta l’impostazione rigidamente articolata in "musica di tradizione orale vs. musica di tradizione scritta", e che talvolta scaturisce in aperta ostilità, propostaci da Zenni.
Che cosa quindi definiamo come improvvisazione (sic!)? Intanto bisogna smitizzare il complesso di superiorità che l’improvvisazione sia solo nel jazz. Da qui la proposta organica di Zenni, raccontata nel suo libro (di cui, se non si fosse capito, è timidamente ma speranzosamente consigliato l’acquisto).
