February 26, 2008

john coltrane - my favourite things

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4/4

Grandissimo album dedicato ad un intramontabile standard jazz, sentito e risentito in svariate versioni come colonna sonora di Farheneit, trasmissione di libri e letteratura di Radio3.  McCoy Tyner al piano, Steve Davis al basso ed Elvin Jones alla batteria. Nell’edizione rimasterizzata sono proposti tre takes diversi di My favourite things, e in tutti e tre il basso mantiene praticamente costante un pedale molto ritmato SI-MI (dominante-tonica), creando una sensazione di straniamento e spaesamento micidiale quando si sovrappone alle eleganti armonie del brano, ma anche caratterizzando quest’elegantissima interpretazione. Ascoltandolo la prima volta sembra quasi che ci sia il disturbo di un altro stereo, o di una registrazione venuta male. Altre sottigliezze armoniche: in But not for me (di Gershwin) Coltrane sostituisce un passaggio con gli accordi di Giant Steps, così come fa nel B di Body and Soul. Per fortuna che era solo un esercizio…

June 5, 1982

chris potter - lift

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3/4

Chris Potter (sax tenore), visto dal vivo qualche anno fa all’Umbria Jazz dove ha minimizzato Lovano in suo confronto. Live at Village Vanguard, come doveroso. Definito "post-bop" da allmusic. In 7.5 i toni acuti del Fender Rhodes assomigliano ai suoni del tastierino numerico di un telefono, poi Kevin Hays passa al piano. Non il mio genere jazzistico, ma sicuramente un grande album.

john coltrane - giant steps

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4/4 

Album d’addio al be-bop, prima del periodo cool. Formazione: Tommy Flanagan al piano, Paul Chambers al basso, Art Taylor alla batteria. L’assolo di Flanagan in giant steps non decolla; secondo quanto tramandato, il pianista sarebbe rimasto spiazzato dalla velocità e perfezione del solo di Coltrane, e non riesce a formulare una frase lunga ed elaborata, solo frammenti inconcludenti. A 3:30 il pianista si arrende e passa a fare dei semplici accordi; a 3:40 riparte Coltrane. Nel take 2 il pianista non fa il solo; tuttavia la propria esecuzione fu giudicata inferiore da Coltrane, per cui è l’altra a passare alla storia.

franco d’andrea - tre linee

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1.5/4

Album del ‘96, a quanto pare una rarità visto che non sembra essercene traccia in internet. Sovraincisione di tre linne di pianoforte. Alla tastiera uno dei migliori italiani, Franco d’Andrea. Tuttavia i commenti del libretto (scritti dal produttore) sono esageratamente enfatici. Vi è tutto il linguaggio dell’autore, virtuosismo, senso del ritmo, improvvisazione, la sua grande intelligenza (a volte un po’ fredda e distaccata). Ma, lo sapevano i classici, se lo scopo è comunicare qualcosa di contingente, proporre un contrappunto, esporre una linea melodica, o anche rielaborare uno standard, già due pianoforti sono troppi, e infatti i migliori esempi di musica classica a due pianoforti insegnano a moderarne l’uso e ad alternare le tensioni. Due panoforti fanno massa, tre fanno gran casino. Questa proliferazione mi piace in Reich, dove la musica è il processo, e non quello che avviene al suo interno. Inoltre rimangono sempre dubbi nei confronti di artisti che possono con il minimo sforzo (ma, da sottolineare, con la massima resa e qualità artistica) permettersi di incidere ore di materiale - sintomo, forse, che la scrittura musicale è stata inventata per qualcosa, e che il jazz in un qualche modo deve rimanere una musica deperibile.



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