March 21, 2008

Andrea Molaioli - La ragazza del lago

Filed under: visioni

1/4

Finalmente scendo sotto la sufficienza, e guardacaso con un film della new-wave italiana. L’altro qui recensito non aveva fatto molto meglio, ma vi assicuro che non sono un prevenuto e farò altri tentativi. Per risollevarsi lo spirito ci viene ogni tanto incontro Sorrentino, di cui se posso essere cattivo vedo alcuni timidi tentativi di imitazione nel film di questo giovane regista epigono di Moretti alla Sacher. Per esempio le musichette ammiccanti elettro-acustiche. I lunghi silenzi e gli ambienti spogli e asettici. Ma anche un attore vero come Toni Servillo esce ammaccato dalla parte di commissario di provincia silenzioso e burbero, pallido ricordo del ben più cattivo, rigoroso e fortemente moralista personaggio di Le Conseguenze dell’Amore. Dove avrebbe potuto scattare il colpo di genio visivo, c’è invece una ridicola rapresentazione stilizzata; per esempio il ritrovamento della ragazza morta, così bella fresca pulita in ambiente lacustre ameno ed intonso avrebbe potuto diventare un esercizio di stile, un elemento grafico elegantemente consapevole, e invece la regia sciatta lo trasforma in una rappresentazione ingenuamente semplificata della realtà. Non so se mi spiego. Insomma la triste ombra dello stile-fiction all’italiana incombe anche su quest’opera prima. Ma non dispero, la seconda potrà essere migliore, e in fondo ci sono alcune scene degne di nota: in particolare il graduale affollamento sfumato della scenza del delitto.

Ma il problema vero è la storia: un giallo provinciale senza particolari colpi di scena e senza concatenazione di elementi, infarcito di allusioni riflessive qua e là a problemi umani di varia specie: dalla malattia della moglie, al dramma della perdita di un figlio, e ancora la difficoltà di un genitore ad assistere al parto, la malattia terminale di una ragazza, i complessi e gelosie di una madre (Golino) incapace delle attenzioni materne della baby-sitter, l’odio di un padre per il figlio pazzo (unica vera connessione interessante del film, questo parallelismo tra il primo sospettato e l’ultimo), il tutto toccato fugacemente senza nessuna profondità psicologica. Forse il libro riesce a scavare a fondo nelle personalità e a far passare in secondo piano, o come allegoria di qualche tipo, l’indagine, peraltro condotta con metodi inverosimili, con rivelazioni estemporanee di verità che un commissario decente avrebbe dovuto accertare da tempo, interrogatori non interrogativi, finte scene da duro-contro-duro, stilizzazione dei procedimenti giudiziari etc. Il film no, per cui poco si salva. Solo il finale, con questo arresto-confessione nella tranquillità del salotto con bicchierino di nocino annesso, surreale ma non abbastanza.

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