Eimuntas Nekrosius - Anna Karenina

Ai concerti e agli spettacoli teatrali è troppo riduttivo dare un voto come per i film e i dischi. Eimuntas Nekrosius è uno dei registi di punta europei, di origine Lituana, ed è abituato ad affrontare testi non semplici (il Faust, il Cantico dei Cantici). La riduzione di Anna Karenina qui proposta è molto buona e mi consente di alleviarmi la lettura del tomo. Le quattro ore nette passano senza troppi problemi di decubito, e lo spettacolo complessivamente è bello, ma con alcuni ma. Regia semplice e scarna, con molti elementi simbolici (gli orologi che segnano il tempo ma anche simboleggiano il treno e la stazione), molte trovate oggettivamente intelligienti (Anna viene investita dall’abbraccio di un uomo addobbato con due fari da treno, in modo da avere una prospettiva frontale sulla scena) ed emozionanti (la scena di "sesso" tra Vronsky ed Anna, con lei rannicchiata e lui a sollevarla e spintonarla in giro per il palco, accompagnati dalle note di un pezzo classico russo bellissimo di cui devo rintracciare il titolo in qualche modo). Inutile citare le decine di scene belle e le ottime impressioni suscitate, vale molto di più la pena vederlo che parlarne. Andiamo sui ma: ho trovato che le scene potessero essere più essenziali (sic!) non tanto nell’allestimento, quanto nell’azione dei personaggi (a volte troppo fisica e declamatoria) e soprattutto nell’intervento di personaggi terzi estranei che ricoprono ruoli simbolici a me incomprensibili. Inoltre a volte il dover recitare su uno stesso palco vuoto scene all’aperto e al chiuso, col freddo o col caldo, camminate e corse, pattinaggio e cavalcate, fa sembrare alcune parti un po’ troppo simili a scenette scout. Per queste scene forse avrei estremizzato il simbolismo. Ma la cosa che più mi ha infastidito, nell’ultima mezz’oretta, erano i toni troppo tragici, troppo enfatici - non una sola frase detta con tono normale. Capisco che il libro sia così, ma anche quando leggo una storia di passione e di morte nella mia testa non echeggiano costantemente grida di dolore, a tratti c’è spazio anche per un colloquio più dimesso. Non so se si tratti di una scelta del regista, degli attori, o se sia il codice del teatro.
