December 26, 2007

storia del jazz 2 - oralità vs. scrittura

Filed under: jazz

Poster del Savoy Ballroom 

Lezione soft, più discorsiva e meno storica. Il discorso si evolve a partire dalla distinzione tra trasmissione orale e scritta e di un analisi delle musiche afroamericane come musiche di tradizione orale, ed un confronto (con qualche frecciatina) con la musica classica. Le culture orali sono legate ad una forte ritualità partecipata, verso i riti codificati scritti (anche religiosi). Nel jazz un esempio è il famoso "yeah" che sprona il musicista se sta facendo bene, quando in musica classica non è possibile e non avrebbe senso la trasmissione di un feedback al musicista. Gli elementi caratteristici dei testi orali sono l’utilizzo della ripetizone continua, per imprimere i concetti, il procedere per blocchi (senza forme complesse), e l’utilizzo di formule e frasi pronte (identificate per esempio nell’Odissea e nel jazz di Parker).

L’oralità non è soltanto un mezzo di trasmissione, ma si traduce anche in una fisicità e corporeità della produzione culturale. Alla base di una produzione orale vi è la coscienza di una teoria implicita, un corpus di regole conosciute e tramandabili soltanto per prova ed errore, facendo sentire quel particolare ritmo e provando a ripeterlo, per esempio - contrapposta alla teoria esplicita (della musica per esempio) delle tradizioni scritte.

Il legame tra jazz e corporeità è sancito dal fatto che il jazz è stato solo musica da ballo (o da club) fino a metà degli anni ‘70 (prima di essere relegato nei teatri); la presenza di una massa di gente che balla rinvigorisce i musicisti, e talvolta Count Basie con la sua orchestra chiedeva esplicitamente di potersi fermare in sale da ballo a suonare per qualche giorno per far rinascere i suoi musicisti. Il Savoy Ballroom ad Harlem conteneva 3000 persone. Questo tipo di interazione con il pubblico è estraneo alla tradizione scritta della musica classica. Le tradizioni scritte invece consentono una concezione più strutturata e complessa della forma musicale e la possibilità di dare uno spessore ai personaggi (o al contrappunto ad esempio).

Si può fare un ulteriore distinzione tra funzioni diverse della scrittura: prescrittiva e descrittiva. La prima stabilisce una norma, una prescrizione cui l’esecuzione e la fruizione dell’arte devono attenersi. Ovvio esempio, la musica classica. La seconda invece descrive quello che è successo durante una specifica rappresentazione artistica, o dovrebbe succedere. Un romanzo è prescrittivo, un cronaca è descrittiva. La scrittura del jazz è fondamentalmente descittiva, e addirittura spesso è una trascrizione. Anche quando la scrittura precede l’esecuzione, vi è comunque un intento descrittivo, in quanto la partitura non contiene tutto ciò che serve per l’esecuzione, non contiene quel sistema di regole che rimane implicito. Per esempio il tango da concerto "A fuego lento" di Horacio Salgan è completamente scritto, ma l’incessione musicale è propria dei musicisti e non può essere resa sulla partitura. Questo è parzialmente vero anche per la musica classica: ogni età ha avuto il suo stile esecutivo. Ma la musica è sopravvissuta alle epoche e la sua esecuzione si è adeguata man mano (a meno di una esplicita ricerca della purezza originale) al gusto dell’epoca. Un musicista classico che suona Piazzolla è cacca, se non ascolta e impara per prova ed errore l’incessione specifica della musica sudamericana. Similmente nella scrittura jazzistica il ritmo di swing non è scritto esplicitamente, ma ogni musicista jazz possiede quell’insieme di regole implicite che gli imposta il ritmo puntato e l’accento sul tempo debole. La scrittura descrittiva è uno strumento per compiere una esecuzione specifica e inimitabile, che non viene più riproposa uguale. Il discrimine è la stampa. Duke Ellington scriveva per le sue orchestre, ma scriveva per quegli specifici musicisti, per l’esecuzione, e non con l’intento di lasciare la partitura ai posteri. Un esempio di jazz completamente scritto (e quindi non improvvisato!) è "All about Rosie" di George Russel, una suite la cui partitura non è stata pubblicata, e quando lo stesso Russel è tornato ad eseguire la stessa musica ha modificato tutto. La scrittura descrittiva è sostanzialmente la scrittura di appunti.

Un’ultima nota di colore. In tutti i sensi. Zenni, che è anche organizzatore di concerti, parla della trasmissione della cultura nera. Il tutto nasce da una querelle tra Taylor e Braxton, di cui non ho trovato traccia su internet, riguardo a chi è più o meno all’avanguardia e più o meno improvvisato. Diceva Zenni di non credere a Taylor in primis, quando dice di fare sempre improvvisazione totale; avendoci avuto a che fare sostiene di aver visto i suoi quaderni dove si annota tutti i temi e le sue idee. E poi in generale dice di non credere mai a un nero che sostiene di non sapere come fa a suonare così. Ricorda che anche Coltrane e Tyner, quando intervistati, ridacchiavano dicendo che si trovavano per suonare e suonavano tutto improvvisato. La maggior parte delle riviste musicali contiene di queste interviste, totalmene inutili, e sono fondamentalmente carta straccia. Il tutto è fin dalle origini servito ai neri per conservare e tramandare la propria cultura, conservandola gelosamente. Farsi credere ignoranti e spontanei, più di quanto effettivamente non fossero, era una strategia per imbonire i padroni, mentre loro sotto sotto covavano idee e preparavano rivolte. Ancora oggi questo atteggiamento resiste.

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