Immagine da Wikipedia, Bantu. In giallo le aree bantu.
Proviamo a trascrivere gli appunti delle lezioni di Jazz. Il docente è Stefano Zenni, presidente della Società Italiana di Musicologia Afroamericana (SIDMA), stampa monografie con Stampa Alternativa ed Editori Riuniti, è stato uno dei conduttori de "Il Terzo Anello" di Radio 3 e collabora con numerose riviste (di cui parla male), tra cui anche Amadeus. Organizza festival e concerti. La prima lezione di storia del Jazz è una divagazione sull’origine della parola Jazz e su cosa sia stato alle origini il Jazz, e di come l’etichetta Jazz sia stata appiccicata a musiche le più diverse, taltolta in antitesi l’una all’altra, più o meno nobili o commerciali o popolari o piagate da divismo e personalismo. In corsivo i suoi commenti più caratterizzanti il tipo.
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L’origine della parola Jazz è discussa. La tesi più accreditata è che sia un parola di lontana origine Bantu ("popolo"), un ceppo linguistico e culturale comprendente tribù e popoli dell’Africa centrale e meridionale, popoli storicamente assoggettati alla schiavitù degli africani delle aree islamizzate (a nord della Nigeria), che anche in periodo di schiavismo europeo per le colonie hanno svolto la funzione di intermediari e governato i flussi di schiavi dall’Africa, verso le Americhe. I popoli bantu sono popoli guerrieri i cui schiavi sono stati utilizzati anche come soldati. Per la loro riottosità Carlo V di Spagna rinunciò all’acquisto di questi schiavi.
Tutti i flussi di schiavi verso le Americhe facevano tappa per Cuba e Haiti, dove gli schiavi si fermavano parecchi mesi, per poi proseguire verso i porti americani, in particolare New Orleans. Dati i lunghi tempi per la tratta, nei luoghi di passaggio hanno fatto in tempo a formarsi comunità e a rielaborarsi tradizoni e riti.
La tesi che la parola Jazz sia di origine Bantu trova conforto nel fatto che molte parole bantu legate alla musicalità, al ritmo e alla fisicità siano sopravvissute in questi luoghi di passaggio. Esempi, abbastanza clamorosi, sono tutte le parole caratteristiche della musica cubana: rumba, tango, mambo, milonga, conga, bongo, samba, e ancora sarabanda, dallo spagnolo "zarabanda", unione di due parole bantu che significano "sollevare a spirito". A New Orleans sono attestate due parole bantu papabili come candidati per jazz: Jaja, che significa "suonare e ballare", e con lo stesso significato Dinza, poi diventata Jiz.
Tuttavia c’è un enorme differenza tra le culture bantu sopravvissute nei paesi cattolici, e le culture afroamericane nei paesi protestanti. I cattolici (Francesi, Spagnoli e Portoghesi) e i protestanti avevano politiche profondamente diverse per gestire la schiavitù. Fino ai primi anni dell’800 i primi erano fondamentalmente tolleranti per lingue e culture, purchè fossero innestate nel nuovo culto; le cerimonie e parate per i santi potevano contenere ritmi e strumenti africani, vi era insomma sincretismo religioso. In questo modo però permisero la trasmissione di una coscienza comune, e tramite i riti l’organizzazione di rivolte, che ad Haiti portarono eventualmente nel 1804 alla clamorosa rivoluzione che cacciò i francesi e trasformò l’isola nella prima repubblica nera (Mingus fa occasionalmente riferimento alla vicenda). La Francia pretese in seguito per risarcimento che fosse imposto ad Haiti un debito enorme, che la ha oppressa e consegnata nelle mani di dittatori corrotti. Il debito è rimasto fino a pochi anni fa (visione consigliata: The Agronomist, di Johnatan Demme). A Cuba gli Africani sostituirono praticamente gli Indios locali, che non erano altrettanto forti fisicamente e caratterialmente, e spesso si suicidavano, mentre per gli africani il suicidio era culturalmente impossibile.
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