
1.5/4
Album del ‘96, a quanto pare una rarità visto che non sembra essercene traccia in internet. Sovraincisione di tre linne di pianoforte. Alla tastiera uno dei migliori italiani, Franco d’Andrea. Tuttavia i commenti del libretto (scritti dal produttore) sono esageratamente enfatici. Vi è tutto il linguaggio dell’autore, virtuosismo, senso del ritmo, improvvisazione, la sua grande intelligenza (a volte un po’ fredda e distaccata). Ma, lo sapevano i classici, se lo scopo è comunicare qualcosa di contingente, proporre un contrappunto, esporre una linea melodica, o anche rielaborare uno standard, già due pianoforti sono troppi, e infatti i migliori esempi di musica classica a due pianoforti insegnano a moderarne l’uso e ad alternare le tensioni. Due panoforti fanno massa, tre fanno gran casino. Questa proliferazione mi piace in Reich, dove la musica è il processo, e non quello che avviene al suo interno. Inoltre rimangono sempre dubbi nei confronti di artisti che possono con il minimo sforzo (ma, da sottolineare, con la massima resa e qualità artistica) permettersi di incidere ore di materiale - sintomo, forse, che la scrittura musicale è stata inventata per qualcosa, e che il jazz in un qualche modo deve rimanere una musica deperibile.